sabato 19 ottobre 2013

Par condicio.

  Comincia timidamente a sussurrare, a sinistra, il dibattito sull'uscita dall'euro.

  A destra è un fiume in piena in Francia; un torrentello in Germania; una fogna in Grecia; da noi è un meandro.

  La sinistra all'estero ne parla da mesi o anni, per esempio, in Germania Lafontaine, in Francia Sapir, gente di spessore; da noi qualche professore intollerante alle panzane, affetto da sincerità patologica e indifferente alla convenienza (economica) personale.

  Cari politici (mi vien da ridere) sembrerebbe una consolatoria par condicio: se ne parla di qua, se ne parla di la; uscire da destra, uscire da sinistra, far pagare l'operazione ai privilegiati ed alle loro banche o farla pagare ai succubi col reddito fisso o senza reddito. Sembra diciate "ci stiamo ragionando".

  Il fatto è che finché se ne parla e basta gli effetti perversi dell'euro li pagano i soliti nel solito modo: salari che calano, disoccupazione che aumenta, giovani senza futuro, aziende in crisi; senza contare i tagli ai servizi sociali e pubblici.

  Aspettare Godot non è la risposta ma l'agonia.

  Ma vi ricorderemo nelle nostre invocazioni...

domenica 13 ottobre 2013

Lettera aperta ai reduci di Roma 12-10-2013

  Cari tutti,

oggi, vedendo le foto e leggendo i resoconti degli interventi, mi permetto qualche considerazione non autorizzata (non c'ero e chi non c'è ha sempre torto).

  La coalizzazione sociale dei vincenti è un bello slogan, rispecchia anche una parte di verità (referendum acqua) ma è teoria: la vittoria in quel caso è stata simbolica e affossata con metodi surrettizi da chi ci governa per conto d'altri.

  La difesa della Costituzione è un'estrema trincea, quasi un ritorno ab ovo, della vita democratica di questo Paese, ma non basta: la Carta non è uno strumento formidabile, è solo la registrazione del momento più alto della civiltà politica nazionale; da quando esiste è stata oggetto di forzature striscianti e omissioni bipartisan, certamente accentuatesi nel recente passato. Da quando?

  Da quando le regole della civile convivenza sono state sottratte al "contratto sociale" fra cittadini per essere, direi proditoriamente, attribuite ad un'entità superiore e sfuggente: il mercato. Perché proditoriamente? Perché i passi necessari a questo slittamento sono stati felpati e progressivi ma non decisi dalla base elettorale. E' stato un percorso coerente di svuotamento dei meccanismi democratici a vantaggio della visione "aziendale" dello stato: pura contabilità finanziaria a danno dell'interesse sociale. Tanto poi, quando la misura è colma, i guadagni sono stati fatti e, anche se si contano distruzioni e lutti, le ricostruzioni sono PIL.

  E la Costituzione? In questo quadro è la vittima, non il baluardo. Se vogliamo invertire il percorso la dobbiamo tenere come riferimento ma il motore dev'essere un altro. Antecedente temporalmente e logicamente.

  Il motore dev'essere la riconquista della sovranità popolare (alias democrazia) sui temi economici e sociali, non perché lo afferma la Carta, e basterebbe, ma perché è disumano che l'essere umano conti meno dello spread, che sanità e scuola siano merci, che chi produce lo faccia nell'assenza di un progetto nazionale condiviso, che l'informazione sia veleno.

  Dobbiamo ripercorrere a ritroso la strada sin qui fatta, individuare i passi falsi, per noi, e correggerli: verificare, con l'esperienza maturata nell'ultimo quindicennio in Eurozona ma da decenni nella letteratura scientifica economica, la bontà delle decisioni prese; individuare i responsabili della sottrazione di capacità decisionale degli organismi elettivi e allontanarli; rielaborare una politica economica funzionale al benessere sociale, in armonia coi Paesi vicini ma in autonomia.

  Quindi ben venga la comune trincea costituzionale, ma il programma è molto più ambizioso.

 

mercoledì 2 ottobre 2013

  Lettera ad un presidente rinato.

  Caro Giorgio, ti chiamo così perché potresti essere il mio babbo, ed è un complimento.
  Nel lontano 1978, il 13 dicembre, facesti alla Camera, come dichiarazione di voto del tuo partito di allora, il PCI, un discorso chiaro e profetico sui danni che il Sistema Monetario Europeo (SME) avrebbe arrecato all'Italia. Le previsioni negative si sono realizzate, in peggio, con l'euro.
  Capisco che da allora tante cose sono cambiate: è finita la guerra fredda col suo corollario di terrorismo (non ho mai creduto che le bombe da piazza Fontana a Bologna le abbiano volute solo dei mentecatti criminali fascisti); è caduta l'URSS lasciando il tuo partito orfano; c'è stata mani pulite con l'opportunità di ereditare un sistema paese da una classe screditata ma attenta agli interessi nazionali (o forse screditata PERCHE' attenta).
  Oggi sei il deus ex machina di questa sgangherata e marcescente Italia, hai come unico obbiettivo il permanere, ad ogni costo, nel sistema di patti leonini che ci strangola e asservisce, quasi che al di fuori dell'Eurozona ci sia il nulla.
  Fuori ci sono l'Inghilterra, la Svezia, la Polonia, la Svizzera, solo per citare quattro Paesi che sono molto diversi fra di loro ma che stanno meglio di noi, Fuori ci sono Paesi sovrani come il Giappone che pur con debito pubblico imponente non conoscono il nostro tasso di disoccupazione (o forse non lo conoscono PERCHE' ce l'hanno).
 Quindi mi domando, come Totò in una famosa
 gag, vediamo dove vuoi arrivare, la differenza è che tu stai sacrificando gli italiani ed io sono italiano.

martedì 1 ottobre 2013

La solitudine della moltitudine.

  Sono solo, e con me sono soli milioni di italiani. Soli davanti ad un futuro estinto.
  Viviamo una vita postuma.
  I partiti eredi delle gloriose tradizioni dimenticate si arrabattano spacciando per decisioni strategiche patetiche furbate per tirare domani.
  Il PDL, guidato da un pregiudicato che non vuole rinunciare nemmeno al titolo di cavaliere, che non gli spetterebbe più, mostra senza imbarazzo le sue rumorose peristalsi: il boss, perso l'onore non vuole rinunciare al potere, gli accoliti, quasi orfani, oscillano fra l'affidamento e il riformatorio. Eppure l'ex cav. qualcosa di buono nella sua animalesca visione della società l'ha fatta: si è accorto, all'avanguardia fra i politici, che la crisi non passa se non cambia l'Eurozona, che l'aumento delle tasse per soddisfare i diktat francofortesi sono il piombo nelle ali dell'economia nazionale, e per questo ha pagato con il siluro del 2011.     Colpito e affondato, ma si sa certi oggetti galleggiano...
  Il M5* sta ancora crescendo, è ai denti da latte, noi aspettiamo pazienti che mettano quelli del giudizio, il Paese ha meno tempo; hanno ragione da vendere non volendosi mischiare con le mosche cocchiere della politica, ma chi non fa, non falla; i suoi elettori sono pieni di rabbia e di indignazione, il problema è trasformare tutto ciò in un progetto stabile, non in proclami truci che cambiano obbiettivo ogni giorno.
  Il PD, oltre che un acronimo blasfemo, è il nulla. In trent'anni è riuscito a dilapidare il capitale affidatogli da milioni di cittadini di sinistra, alcuni dei quali ancora oggi si ostinano a crederlo un partito di sinistra, è passato attraverso abiure e fusioni fredde al solo fine di continuare ad occupare l'emiciclo e le ex municipalizzate, prima in nome dei soviet, ora della BCE. Nessun progetto, nessun coraggio, nessuna fantasia. Solo immobile tensione, mi ricorda un coniglio davanti a un crotalo, che parla tedesco.
  Io e gli altri milioni a chi dovremmo affidarci? Ai tre sfigati qui sopra? A continui e sistematicamente abortiti progetti "progressisti"? Appesantiti da un personale politico usurato se non compromesso, e poi per fare cosa? La maggior parte dei leader, chiamiamoli così, non ha idea del perché la crisi si avvita, molti cercano le risposte rivisitando le liturgie di un secolo e mezzo fa. Le soluzioni individuali e violente non contano, almeno finché restano individuali.
  Aspettiamo che la casa finisca di bruciare al rallentatore, un'idea di come ricostruirla, io e qualche altro milione di italiani, ce l'avremmo, ma siamo bloccati da quest'ingorgo istituzional-affaristico-giudiziario.
  Non volendo sperare in un Napoleone, non sia mai che ci porti a estinguerci nella steppa, ci auguriamo almeno un Sansone.
  Calata la polvere potremo ricominciare (come abbiamo sempre fatto).  

domenica 22 settembre 2013

La bici del tedesco.

Considerazioni ciclistiche...

Con la bella stagione capita di trovare gruppi di ciclisti che pedalano impegnati. Tutine policrome, polpacci depilati, biciclette tecnologiche, tutti in fila come squadre di professionisti, prestanti e omogenei per età e fisico.
Sopraggiungendo in macchina ho notato che ognuno ha una pedalata per conto suo: vanno alla stessa velocità, fanno la stessa strada, ma c'è chi pedala un po' più velocemente e chi più lentamente. Usano rapporti del cambio diversi e questo consente a ogni ciclista di sfruttare al meglio le sue caratteristiche fisiche e biochimiche adeguandole al percorso.

Rapporti del cambio!

Come i rapporti di cambio fra le monete!

Per adeguare il loro valore alle caratteristiche diverse da Paese a Paese!

Per fare insieme la stessa strada mantenendo ognuno il suo passo!

Cazzo!! Vorrei sapere chi è quell'imbecille che mi ha dato la bici di un tedesco!

sabato 14 settembre 2013

Ingroia, alzati e cammina.

Dopo l'assemblea di Landini e Rodotà dell'8 settembre 2013, Ingroia sul manifesto accusa ricevuta.
Il commento è d'obbligo (gli voglio bene, anche se mi sento un amante tradito).

Bravo Ingroia! Fa autocritica sul rovescio di RC e richiama all'unità i delusi del recente e remoto passato, come me. Purtroppo si ripropone coi limiti di qualche mese fa: individua giustamente nella difesa della Costituzione l'ultima trincea per difendere la nostra democrazia, riconosce altri movimenti con lo stesso  intento e auspica un cammino comune senza leaderismi o prevaricazioni. Tutto bene? No, chi, marxiano, keynesiano o liberaldemocratico, oggi si batte per un ritorno al potere del popolo, cioè democrazia, cioè sovranità popolare, lo fa avendo ben presente che l'ostacolo è l'esproprio di rappresentanza, legislazione e governo che l'Unione europea, cresciuta deforme e mostruosa ai soli fini della salvaguardia del capitale e del profitto, ha realizzato, con il concorso, magari obtorto collo, delle (ex)sinistre moderate. I Trattati europei sono incompatibili con le Costituzioni nazionali perché ne sono il superamento in chiave ultraliberista. Logica vorrebbe che il primo irrinunciabile passo per modificare (rivoluzionare) l'esistente fosse l'espianto del cancro che ci divora: l'unità monetaria, braccio armato dell'Unione europea, e cominciare a dibatterne senza infingimenti. 70 anni fa, nel CLN, democratici di ogni estrazione (con pesi diversi) si unirono per combattere il nemico comune, lo stesso deve avvenire ora. Dopo, a guerra vinta, potremo anche perdonare e riammettere i collaborazionisti a funzioni esecutive: Oggi chi è con la Costituzione della Repubblica Italiana non può essere con Maastricht e Lisbona.

martedì 10 settembre 2013

Ma l'euro è una questione da ragionieri o da politici?

Sabato scorso, 8 settembre, C'è stata a Roma un'assemblea per "attuare la Costituzione, non cambiarla". Bene.
Lo stesso giorno il manifesto ha pubblicato un intervento di Angelo d’Orsi, lo copio.

La chance di una ripartenza
COMMENTO - ANGELO D'ORSI

Siamo di nuovo qui, alla ricerca della sinistra perduta. Anime volonterose tentano di suggerire rimedi e proporre rilanci dopo la caduta: l'ennesima. Volti noti, perlopiù, dirigenti o ex dirigenti dei partiti, intellettuali d'area, ai quali di tanto in tanto si aggiunge qualche figura nuova. Sintetizzando rozzamente, le proposte in campo sono tre. Ritentare di rimettere insieme i cocci, partendo dall'asse Prc-Pdci. Puntare sulla scissione del Pd, recuperando la sua anima «di sinistra».
Realizzare un rassemblement democratico in nome della difesa della Costituzione e della legalità. Riprovare con i movimenti, partendo dai bisogni reali, dai "territori", dalla richiesta di partecipazione, ricuperando "lo spirito dei referendum". La fluidità della situazione sociale, nel precipitare di una crisi di cui non si intravvede la fine, forse perché la fine sarebbe il venir meno di un'arma letale nelle mani del padronato e delle classi dirigenti. La crisi è il pretesto formidabile per imprimere una drastica accelerazione all'azione avviata da tempo, a livello internazionale, di riduzione del sistema di protezione delle fasce deboli della popolazione, che chiamiamo anglofonicamente welfare state . E l'Europa - entità presentata come frutto di una più avanzata democrazia sovranazionale, il sogno dei Rossi e degli Spinelli e così via, ma in realtà, come ben sappiamo, una congregazione di banchieri che disegna un progetto di rinnovato dominio di oligarchie a livello continentale - l'Europa una promessa trasformatasi in minaccia è divenuta l'alibi altrettanto forte per giustificare qualsiasi efferatezza sociale. «È l'Europa che ce lo chiede», accanto agli "impegni internazionali", i "vincoli delle alleanze", ha portato a teorizzazioni come «meglio sbagliare in compagnia che avere ragione da soli», che stanno giustificando mostruosità come il progetto Tav, il Muos, l'acquisto degli F35 e così via. Sempre più, i governi sovranazionali, nazionali e locali - senza apprezzabile differenza fra centrodestra e centrosinistra (ci sarà pure qualche riflessione da fare non puramente nominalistica al riguardo) - si stanno rivelando l'espressione di una concezione politica che potremmo definire alla Botero: no, non Fernando, il pittore contemporaneo, ma Giovan Battista, il teorico italiano del XVI secolo, che nell'opera Della ragion di Stato , aveva definito lo Stato «dominio fermo sui popoli». Ecco, noi stiamo smarrendo l'essenza, il senso e le ragioni della democrazia, e di nuovo, la distanza tra gli schieramenti politici, in Italia, in particolare, si è talmente assottigliata da diventare pressoché invisibile. Le "larghe intese", con il loro grottesco contorno politico e mediatico, ne sono l'estrinsecazione. Possibile che il presidente della Repubblica proceda, con ammirevole coerenza, a uno smantellamento sistematico della legalità istituzionale, e trovi incoraggiamento nei grandi organi di stampa? Possibile che in nome della stabilità - che, naturalmente, ci chiedono "i mercati finanziari" (ah, lo spread !) - dobbiamo accettare una postdemocrazia che sta diventando ex democrazia? Ma non c'è in Italia, addirittura al governo del paese, come di innumerevoli enti territoriali, e di istituzioni finanziarie, culturali, politiche, un partito che si chiama "democratico"? E torniamo al Pd, dunque. I conti con questo imponente rudere della storia vanno fatti non tra un anno ma ora. Subito. Il problema si riassume nel quesito: il Pd vuole ammettere che la sua stessa fondazione è stata una forzatura storica? Non è possibile ricuperare certo l'identità di partito nato dal Pci, ma è possibile, e credo necessario, che la parte più sensibile e intelligente della dirigenza, se opportunamente sospinta dalla base (ma dov'è finito Occupy Pd?), faccia una autocritica e provi a far una marcia indietro, che sarebbe la sola vera marcia in avanti. Occorrerebbe una rottura epocale, però. E personalmente la vedo come una possibilità assai remota, quand'anche si verificasse una scissione. È ormai avvenuta una triste mutazione genetica, in seno al partito, e la nuova generazione dei T-Q appare assai peggiore della precedente. I rottamatori appaiono solo più cinici dei rottamandi. E che la speranza del rinnovamento sia legata al mero tratto generazionale - un discorso che richiama la parte più becera del messaggio politico di Beppe Grillo - appare penosa. D'altro canto, il rilancio della sempre reclamata e fallita (anche quando realizzata sul piano formale) unità a sinistra, dopo l'ultima prova elettorale non sembra avere prospettive di respiro, anche quando . Che cosa rimane? Forse la chance maggiore di tentare una ennesima ripartenza risiede nell'effettivo superamento della forma partito, nella rinuncia alle identità politiche, e nello sforzo di uscire dallo stesso recinto del "popolo di sinistra": il popolo dei referendum, quello di "Se non ora quando?", i piemontesi e i siciliani automobilitati contro le devastazioni ambientali decise da chi neppure li ha consultati, i pastori sardi presi a manganellate dalle forze dell'ordine, i comitati spontanei che sorgono ogni settimana qua e là per la penisola per altrettante piccole ma buone cause, i cassintegrati e gli esodati, gli immigrati di cui una opinione pubblica assopita accetta la riduzione in schiavitù... Costoro rappresentano un bacino politico assai più ampio, al quale occorre parlare con un linguaggio diretto, estraneo agli alchimismi della politica professionale, capace di intercettare i loro bisogni, sollecitandoli a porre domande, prima di dare ricette che non rispondano veramente alle necessità di cui quelle domande sono espressione. Occorre forse una politica dal basso, diffusa, e soprattutto trasparente. L'esperienza fallimentare di Rivoluzione civile deve insegnarci qualcosa: tutto quello che fu fatto per mettere su quel baraccone grottesco (che pure all'inizio ho sostenuto, anche se ho pubblicamente messo in guardia dai rischi, che puntualmente si sono materializzati diventando la spiegazione della catastrofe) va preso a modello e rovesciato. Si può tentare di costruire un blocco sociale, ma senza demiurghi, senza tavole segrete che decidano mentre pubblicamente si parla di democrazia, raccogliendo le istanze delle varie realtà locali, sociali, intellettuali. Disegnando un programma politico, ai diversi livelli, solo sulla base di una discussione larga e partecipata: la democrazia prima di essere un ideale deve essere una pratica. Solo su tali basi si potrà dar vita a una pur indispensabile leadership. Tutto il resto mi sembra destinato a fallire. Ancora una volta.

L'ennesimo grido di dolore.

Come al solito si vede la gabbia in cui siamo, se ne vede la porta, ma si ignora serratura e chiave... e allora ho mandato l'ennesima lettera che sorprendentemente mi hanno pubblicato oggi:

 I poveri chi li rappresenta?
Ho molto apprezzato l'intervento di Angelo d'Orsi sulla sinistra perduta, anch'io, come lui, ho votato Ingroia esprimendo però riserve sulla pochezza del suo programma di politica economica. Lo slittamento dell'Europa dal sogno di Rossi e Spinelli all'incubo Bce, indicato da d'Orsi, pone il tema principale all'attenzione. C'è una cosa che unisce tutti i soggetti e i movimenti richiamati: sono vittime del massiccio trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale operato negli ultimi decenni grazie alla progressiva cessione degli strumenti di politica economica e fiscale a favore del progetto europeo, e qui anche i migliori sono prigionieri del maledetto equivoco: Europa=Unione europea=euro. A sinistra siamo capaci di scannarci sull'interpretazione di una pagina scritta un secolo e mezzo fa ma non riusciamo ad individuare l'aguzzino che oggi ci massacra: non è l'Europa, che c'è sempre stata, né l'Unione che è un progetto di integrazione perfettibile e condivisibile, il problema, da scindere ed analizzare a parte, è la moneta unica, individuata da decenni come fonte di problemi, nelle condizioni presenti, ma voluta pervicacemente da chi ci guadagna: i ricchi e i Paesi ricchi, ed ottusamente da chi ci perde: i poveri e chi li rappresenta. Il popolo lo sente; la destra si attrezza a cavalcare il malcontento; la sinistra, credendo la cosa questione da ragionieri e non da politici, si dibatte fra sintomi e rimedi senza aver ancora individuato la malattia. mf

Ritornando al tema iniziale. Io a Roma non c'ero, dai resoconti parziali mi pare che la questione principale sia stata: -non vogliamo fare un nuovo partito, ma un movimento d'opinione- partendo dalla Costituzione. Bene.

La Costituzione viene sistematicamente e progressivamente stravolta dalle imposizioni che ci vengono dai tecnocrati di Bruxelles e Francoforte, è questo il succo del -celochiedel'Europa- perché in essa sono scolpiti dei principi di salvaguardia sociale ed economica incompatibili con la visione ultraliberista vigente nell'impeuro. Lo strumento basilare e pratico per imporre questo dominio è la moneta unica, se non si parte da li le grida di dolore continueranno a disperdersi nel deserto dell'impotenza.